La scultura di Angiolo Pergolini
La scultura di Angiolo Pergolini sembra incarnare tutte le angosce più profonde, attuali come remote, dell’uomo di oggi. Colpisce immediatamente il senso di empatia che da essa scaturisce, come se rappresentasse, in modo sincretico e privo di qualsiasi retorica, le più intime connessioni della propria anima. Come uno specchio, dell’anima, appunto, nel quale non si può evitare di vedere tutta la propria umanità. Il tema della preoccupazione per le trasformazioni e i cambiamenti cui va incontro l’identità storico-culturale di ciascun essere umano oggi risulta centrale nella sua opera. L’artista è costantemente avviluppato nei rivoli delle numerose e variegate tematiche cui oggi l’identità di ciascuno è sottoposto e le rappresenta in tutte le sue sfumature, soprattutto rispetto agli effetti della globalizzazione e all’angoscia di annientamento, di dissolvimento che ne deriva e di cui tanto attualmente si parla, e che si teme infinitamente (basti pensare alla miriade di congressi e conferenze su tale tema, in ogni parte del mondo). Il tema dell’identità e il senso di perdita sono dunque, a mio avviso, per Angiolo Pergolini il punto di osservazione dal quale partire, umilmente, ma senza preconcetti né pregiudizi di sorta, alla ricerca di una propria strada per affrontare la tensione speranza-disperazione come condizione umana, che oggi più che mai fronteggia nel concreto il senso della sopravvivenza. Sembra che l’artista si domandi: è vero che non abbiamo altra possibilità se non perdere del tutto la nostra specifica identità? l’essere umano davvero non è in grado di adattarsi? Così accade anche per l’altra icona, quella della perdita dei confini, evocata con efficacia da Zygmunt Bauman come “società liquida”, col corollario dell’amore liquido come una sorta di “mordi e fuggi” contrapposto alla nostalgia di una persistenza sicura e ripetitiva. L’uomo di Angelo Pergolini è immerso nell’inevitabile “liquidità” del suo sociale, ma non ha perso la speranza. Anzi, traspare una grande forza interiore: soltanto portando con sé tutto quello che fa di lui l’uomo che oggi è, egli potrà definitivamente continuare ad essere ed esistere come creatura umana, nulla negando, nulla evitando, nulla staccando né tagliando fuori da sé, a patto che accetti il travaglio ineluttabile che lo lascia privo di schemi di riferimento, privo ormai di quelle certezze che erano sufficienti a sorreggerlo fino a ieri. Angiolo Pergolini sembra riuscire a carpire tutto il senso della nostra impotenza nel dover accettare che un’enorme trasformazione è in atto, nonché il dolore che ne è compagno. Ma propone una speranza: perché non dovremmo accettare la tecnologia, perché non dovremmo accettare la globalizzazione? Nel 1924 lo psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, prendendo spunto dall’ipotesi naturalistica del biologo Haeckel, scrisse Thalassa, in cui sovverte psicologicamente il discorso del diluvio universale: non è l’acqua che ha sommerso la terra ma è la terra che è emersa dall’acqua. Prima eravamo quindi tutti pesci e ci siamo man mano adattati, alcune specie si sono estinte, altre sono riuscite a sopravvivere fuori dall’acqua e tra queste l’essere umano, che ha avuto una grandissima capacità di adattamento. Ferenczi continua in questo bellissimo saggio con delle interpretazioni di ordine psicoanalitico di ritorno alle origini, come la tendenza al ritorno nell’utero materno, dove lo spermatozoo che va a raggiungere l’ovulo nell’utero materno diventa lo strumento per tornare nell’acqua dove è nato, etc…. Eccolo l’uomo di oggi, rappresentato potentemente come una sorta di uomo-pesce, vestigia delle sue origini, con lunghe antenne, testimoni dell’avvenuta totale accettazione del suo contesto storico-scientifico, che così non era e che è chiaro che così non resterà. Se consideriamo la globalizzazione come l’attuale diluvio universale, ecco che nulla, tecnologia compresa, dovrebbe spaventarci in alcun modo. La globalizzazione impone la ricerca di altre sicurezze interne, ma sicurezze di sopravvivere nella globalizzazione, non sicurezze di rifugiarsi in un angolino e difenderlo poi a tutti i costi. La scultura di Angiolo Pergolini preferisce confrontarsi con la trasformazione dell’identità piuttosto che con la sua perdita. Grande e potente il messaggio di speranza fiduciosa nella capacità di specie di adattamento. D.ssa Anna Maria Loiacono - psicoanalista
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